IL RACCONTO – L’ora della promessa (parte quarta)

Pubblichiamo l’ultima puntata del racconto “L’ora della promessa” dello scrittore narnese Eugenio Raspi. La terza puntata è disponibile cliccando qui.

 

Ora Prima

L’infirmarius è steso insonne nel suo giaciglio. Nell’abbazia in pochi sono riusciti a dormire. Il silenzio dei fratelli in Cristo è conseguenza del timore e non della Regola brutalmente messa in bilico dai militi che prima del Vespro avevano sconfinato nel luogo sacro. I novizi hanno pianto l’intera notte. Alcuni – i giovinetti imberbi – si sono stretti nei letti, affiancando i propri timori. I vecchi, che dovrebbero vigilare su certe intimità, interponendosi, hanno lasciato che ciò accadesse, consci che domani potrebbe non esserci più un altro domani. L’unica candela del locale rendeva accesa una disperata insonnia.

Frate Bartolomeo sentiva i piagnistei mentre lui, per le sue ragioni, non riusciva a prender sonno; coricandosi, non aveva recitato il responsorio e il cantico così come vuole la salmodia vespertina, aveva atteso in silenzio l’ora prima. Si faceva vivo il ricordo delle iniziali notti passate sul pagliericcio, una coperta di grossa tela, un coltrone e un cuscino di crine, pronto ad alzarsi per le preghiere al rintocco delle Lodi. Nella veglia agitata aveva ascoltato, nel ricordo, le parole del mentore che gli leggeva la Regola, mettendo alla prova la sua perseveranza:

«Quando i confratelli saranno tutti riuniti dicano insieme Compieta, all’uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. Che l’ufficio vigiliare sia seguito dalle Lodi, recitate al primo albeggiare… tutti i salmi rimanenti vengano distribuiti in parti uguali nei sette Uffici notturni, assegnandone almeno dodici per notte… in tutta la settimana si reciti l’intero salterio di centocinquanta salmi.»

Rammenta il rito d’iniziazione, la pochezza delle vesti consegnategli dall’abate: cocolla, tonaca, calze, scarpe, cintura, fazzoletti.

«Eccoti un coltello, un ago e il necessario per scrivere, sono gli unici oggetti che possederai in modo da toglierti ogni pretesto di bisogno.»

Durante la notte si era alzato al tremolio della fiamma, uscendo per le necessità della natura. Raggiunto l’orto dei semplici si era liberato. Aveva camminato attorno alla geometria delle aiuole, tra le erbe medicamentose che negli anni avevano mostrato la loro efficacia. Era rientrato dal buio dell’orto stringendo fra le dita e il petto la pianta dell’Hypericum, estirpata dal terreno. Aveva ripensato ai tanti insegnamenti mentre trascriveva con lentezza – da novizio – la ricetta dell’unguento con le esatte proporzioni:

«Trova l’erica e sotto di essa troverai la pianta portentosa: l’Hypericum», si era detto riponendo il tappo nella boccia dell’inchiostro.

Quanta conoscenza aveva appreso nell’Abbazia, dai codici e dalle illustrazioni, sfruttando il lavoro attento dei miniaturisti che impreziosivano ciò che era prezioso di suo. Lo avevano istradato alla medicazione:

«Nell’uomo ci sono il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, e l’uomo è composto da essi. Egli ha il calore dal fuoco, il respiro dall’aria, il sangue dall’acqua e la carne dalla terra. Egli deve la vista al fuoco, l’udito all’aria, il movimento all’acqua e l’andatura alla terra… Nella malattia sono quattro le fasi classiche: principium, augmentum, status e declinatio. La guarigione si ha con la cottura della materia peccans e con la sua espulsione dal corpo.»

Eppure le dottrine salvifiche non possono rimarginare certi dolori; pur seppelliti nell’animo, prorompono alla vista di quel giovane straziato dalla lancia, lo squarcio della ferita, le budella sanguinolente. In suo nome c’è chi minaccia un’intera comunità religiosa che avrebbe comunque fatto di tutto per salvare una vita per carità di Dio: era suo compito mettere in pratica la conoscenza verso gli infermi, è la regola che gli è stata insegnata. Ha però deciso di disattenderla nell’istante in cui i mercenari hanno pronunciato quel nome infame. Il moribondo è Guglielmetto, figlio di Rinieri da Baschi, signore dei castelli di Marsiliana e Montevitozzo, capitano di ventura che quattordici anni prima aveva assaltato il suo villaggio, sterminando i suoi cari. Mai avrebbe pensato che nell’eremo sperduto in cui aveva trovato la pace giungesse il figlio dell’aguzzino avvezzo alla guerra e allo sterminio di innocenti che gli aveva devastato la famiglia.

All’albeggiare della prima ora, era tornato alle cure del ragazzo celando il subbuglio dei suoi intendimenti. Ripiegato in quattro il foglio con la ricetta, lo ha infilato nella sacca con le foglie medicamentose, ha nascosto sotto la pelle di pecora, all’altezza della nuca dell’infermo, il necessario per curarlo. Ha lasciato nelle mani di Cristo la vita del giovinetto e, di conseguenza, quella dei frati dell’Abbazia. Avrebbe deciso Iddio nella sua infinita misericordia. Se il novizio o l’abate oppure uno dei mercenari avessero trovato le indicazioni precise significava che la volontà dell’altissimo si sarebbe compiuta. L’infirmarius non aveva la forza per farlo. L’antica promessa di vendetta pronunciata sul corpo straziato del figlioletto era riemersa con violenza: le sue mani non potevano dare la salvezza al figlio del carnefice di suo figlio. Non poteva davvero farlo, pur commettendo incommensurabile peccato.

Dalle preghiere del Vespro della sera precedente si era imposto l’irremovibile intendimento, consolidato durante la veglia notturna. All’ora terza del giorno seguente, col pretesto di raccogliere l’erba officinale dell’Hypericum, si sarebbe addentrato nel bosco, ma non sarebbe stata tale ricerca lo scopo della sua partenza, tutt’altro. Nella faggeta accanto al rudere di un vecchio eremo cresce l’Atropa – la pianta delle streghe – e appena trovata ne avrebbe ingurgitato le bacche velenose, pagando il prezzo del suo segreto rifiuto che metteva in gioco l’esistenza dell’odiato giovinetto e di tutti i frati e i novizi dell’abbazia. Le vite degli innocenti erano nelle mani di Dio mentre la vita dell’infirmarius era nelle sue stesse mani, che gli avrebbero donato la morte e, se non quella eterna, la pace  terrena.

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