IL RACCONTO – L’ora della promessa (parte seconda)

Pubblichiamo la seconda puntata del racconto “L’ora della promessa” dello scrittore narnese Eugenio Raspi. La prima puntata è disponibile cliccando qui. La prossima puntata uscirà venerdì 4 maggio. 

 

Ora Sesta

L’infirmarius solleva il cappuccio della cocolla oscurando il volto. Ripensa al momento in cui l’abate gli ha baciato un lembo della tonaca, un gesto accolto con imbarazzo; lui si era scostato e il tessuto era sfilato via dalle dita del superiore, aveva ascoltato l’esortazione dell’abate  con gli occhi già fissi al sentiero:

«Fratello Bartolomeo, pur pensando a noi stessi, dobbiamo pensare agli altri. Che per tua mano l’abbazia continui a offrire ricovero e misericordia ai bisognosi.»

«Sia fatta la volontà di Dio, padre superiore. State accanto al ragazzo. Tenetegli la testa sollevata perché respiri meglio.»

Si era poi incamminato; ora sta tagliando nel mezzo la radura sulla cresta del colle, il braccio disteso serra la sacca al fianco. Raggiunge una quercia imponente sotto le cui fronde, un secolo e mezzo prima, potrebbe aver sostato il sant’uomo d’Assisi. Rivolge uno sguardo all’indietro, prima che il viottolo s’inerpichi nel bosco di lecci, dall’altro lato del colle c’è la faggeta, lì si trova la pianta che cerca. Pur distante, osserva i contorni del monastero: la cinta di mura, il campanile a punta con le due bifore per ogni lato, il frontone in pietra bianca, la facciata della chiesa esposta a oriente, i tre rosoni minuti sopra al finestrone che all’alba inonda di luce il crocefisso sospeso sull’altare; accanto all’edificio con le cucine e la mensa c’è il dormitorio, all’angolo estremo la foresteria. Non avrebbe mai creduto di sottoporsi a una prova tanto dolorosa, i profanatori lo avevano costretto ad agire come mai avrebbe voluto, la loro irruzione nell’abbazia l’aveva riportato alla sua vita precedente. Mentre ripuliva il ventre del giovinetto aveva ascoltato i discorsi dei mercenari, alcuni si esprimevano in lingue tedesche, alcuni in bretone. Discutevano delle passate imprese.

«Che s’impicchi l’Acuto e chi gli bacia la gonnella», a parlare era l’uomo che si comportava da capo, alto e imponente, il viso butterato, svariati denti mancanti e le gengive malconce di chi ha sofferto di scorbuto, «le ha ordinate l’Inglese le devastazioni contro Cesena e ora si rimangia tutto perché sul capo gli pende la scomunica. Se ne rimanga coi pisani, a punzecchiare i  fiorentini, quel voltagabbana e la sua Compagnia Bianca.»

«Italianeg, tu lezel al saoznek. L’Inglesecome tu chiami non più importante. Nuà buona ricompensa, a mezo soldo. Pagan kalz – molto –  prep daou miz

Chi gli rispondeva – senza dubbio un bretone – era l’unico straniero che si faceva intendere, la sua carnagione era molle e bianchiccia come di chi è stato molto a bagno in acqua, i capelli biondastri, il naso era un grumo bitorzoluto rosso che sembrava sul punto di staccarsi. Appartenevano a una banda di fuoriusciti, spinti a sud alla ricerca di una condotta, preceduti dalle voci dell’eccidio di Cesena: una strage di madri e figli dopo che la città era caduta in mano agli assedianti, gli inglesi capitanati da John Hawkwood – l’Acuto – e i bretoni dal Malestroit. Ora diffondevano il terrore nelle popolazioni del contado umbro, la raccomandigia prevedeva di fiaccare il morale delle milizie cittadine asserragliate in cima al colle. La missione era però fallita per colpa del ferimento, forse mortale, dell’imberbe non avvezzo allo scontro fisico.

«James fiziout. No fidarsi mai di bifolchi. Holl per daou mulini su fiume.»

«Non si trattava solo di due mulini, c’era ben altro. Ora tutto cambia, se la notizia del giovinetto infilzato giungerà ai nostri nemici la sortita può tramutarsi in disfatta.»

«Na gomz ket evel-se

«Fatti capire, bretone.»

«Io so bene. Se le paotr mervel, avremo guai con il kabiten. Figlio capitano muore, nuà niente soldo.»

Mentre li ascoltava, il frate infirmarius aveva continuato a spargere le ultime gocce di unguento, i loro discorsi lo riportavano ai tempi in cui egli era stato un guerriero che con la spada si accaniva sui corpi dei nemici. Rimarginando i lembi della ferita aveva immaginato lo schiocco dell’asta, spezzatasi per l’urto, col giovinetto trafitto come un cinghiale, disarcionato, urlante, le viscere svuotate come una lepre azzannata, il puzzo di merda, sangue e piscio che presagiva la morte. Il suo, di figlio, se fosse in vita, avrebbe la stessa età di chi aveva involontariamente riposto la vita nelle sue mani. Se non fosse mai accaduta la disgrazia, oggi un giovinetto con occhi, capelli e un portamento simile al suo lo affiancherebbe sul campo di battaglia. Iddio ha voluto strapparlo a questa terra nel modo più tremendo, con le urla della madre che subiva la violenza; forse le lacrime del bimbo avranno bagnato la mano infame che gli aveva reciso la gola senza che mostrasse pietà. Lui non era riuscito a difenderli, appena gli era giunta la notizia che un branco di mercenari stava razziando il contado lungo il fiume, si era precipitato verso casa; arrivato al suo villaggio, aveva scoperto che i miserabili si erano accaniti su moglie e figlio, scannati come porci. Aveva lottato con le retrovie dei mercenari, rimasti a dare alle fiamme le case dopo averle depredate delle vettovaglie; aveva cercato la morte, battagliando contro i tanti nemici, poi doveva essere caduto in acqua, tramortito, finendo trascinato a valle, ripescato da uno dei mugnai e caricato a dorso di mulo fino all’abbazia dove i frati benedettini praticavano da secoli l’arte della guarigione. Pur passati tanti anni, ancora avvampa al ricordo del pianto prorompente accanto ai corpi straziati dei suoi cari – rimessosi in forze, era tornato alla sua magione divorata dall’incendio – e dopo la giusta sepoltura si era ripresentato al portone dell’Abbazia chiedendo di diventare uno di loro.

Camminando tra i cespugli di ginestra fioriti, per distrarsi dai dolorosi ricordi, ripensa agli insegnamenti del magister, li recita ai fusti dritti di un boschetto di ornelli, che ascoltano la sua lectio:

«Secondo gli scritti di Johannitius Onan, la mandragola deve essere sradicata da un cane per mantenere inalterati i suoi poteri… La verbena protegge dal serpente… La cochlearia officinalis attenua gli spasmi muscolari…»

Poi è attirato da un cespuglio con dei fiori gialli, lascia lo stradello e si avvicina a una pianta di Anethum coi fusti sottili, ramificati all’apice, di colore verde chiaro.

«Favorisce la digestione», sussurra fra sé. Ne coglie un ramoscello, si siede su di un tronco abbattuto da un fortunale e benedice la piantina a voce alta: «Omnipotens sempiterne Deus qui ab initio mundi et omnia instituisti creasti tam quam arborum generibus herbarum seminibus… fructus sanctificare ac benedicere digneris, ut ex eis sumentibus sanitatem conferant mentis et corporis.»

I pensieri lo confondono. Deve avviarsi, non è certo questa la pianta che va cercando; s’inoltra tra i cespugli in direzione della faggeta, la sua sacca è rimasta tra le radici del tronco caduto, non ha tempo né volontà di recuperarla. Un’immagine gli torna vivida: un bimbo di quattro anni con la gola tagliata e il petto squarciato; l’assassino dopo avergli strappato il cuore dal petto l’aveva gettato in pasto ai cani. A tale ricordo i suoi passi si fanno più ampi e svelti verso il folto del bosco.

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