IL RACCONTO – L’ora della promessa (parte prima)

NARNI – Un’abbazia solitaria posta su un colle, la quiete religiosa dei frati che la custodiscono rotta dall’arrivo di un manipolo di soldati. Il padre superiore chiamato a sostenere il peso della minaccia, mentre un frate si allontana dall’abbazia con la promessa che farà presto ritorno. Tutto questo dentro la cornice incantata, ma anche sinistra, dell’Abbazia di San Cassiano, una delle bellezze del patrimonio narnese, simbolo del suo indimenticato passato medievale.

Sono questi gli ingredienti del racconto che lo scrittore narnese Eugenio Raspi, già autore di Inox, ha deciso di pubblicare su Cronache24 per un omaggio alla cinquantesima edizione della Corsa all’Anello. Una storia fatta di intrighi e sorprese che farà immergere il lettore nell’antica atmosfera medievale che ancora oggi si respira nei vicoli, nelle chiese e nelle mura di Narni, soprattutto durante la festa di San Giovenale.

Una puntata ogni venerdì, da oggi fino alla settimana conclusiva della festa. A scandire la trama del racconto sono le ore canoniche, seguendo la suddivisione della giornata individuata dalla Chiesa cattolica e fatta propria dalla regola benedettina. Il tempo della storia, però, scorre al contrario. Un viaggio a ritroso, che inizia lì dove in realtà finisce, una sequenza temporale dilatata e invertita, dalla sera al mattino. Un frenetico, inquieto, conto alla rovescia, con un solo obiettivo: avere salva la vita.

 

 

L’ora della promessa 

 di Eugenio Raspi

 

Ad te ergo nunc mihi sermo dirigitur, quisquis abrenuntians propriis voluntatibus, Domino Christo vero regi militaturus, oboedientiae fortissima atque praeclara arma sumis.

Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell’obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.

(Dalla Regola di Benedetto da Norcia)

Ora Nona

Il frate superiore attraversa lo spiazzo dell’abbazia e raggiunge il soppalco sporgendosi oltre la merlatura. Nel chiaroscuro del bosco non s’intravede nessuna tonaca affannata che accorre lungo il sentiero; fra poco sarà il tramonto e la sua preghiera di veder tornare il frate guaritore è rimasta vana.

«Fai che il ragazzo non muoia», era stata l’implorazione dell’abate verso l’infirmarius mentre lasciavano la cella del ferito; sono passate ore da quel momento. Si erano diretti silenziosi al portone dell’abbazia, le suole dei loro calzari scivolavano attutite dal selciato di fronte alla chiesa; l’abate, più in carne e in avanti negli anni, aveva faticato a tenere il passo. Aggirati i secchi sottratti all’orto per l’abbeveraggio della dozzina di cavalli addossati tra il muro di cinta e il retro dell’abside, lo scalpiccio nervoso  di un quadrupede aveva bloccato per un istante il loro procedere; il tanfo emanato dal fieno ammonticchiato, da cui fuoriuscivano dei rigagnoli giallastri, sopraffaceva l’odore consueto delle piante officinali. Raggiunta la porta di accesso, si erano salutati, la partenza era coincisa con le lodi mattutine. L’Abate aveva osservato il suo decano perdersi nel fitto della boscaglia alla ricerca dell’Hypericum, dalle foglie traforate, l’erba di San Giovanni che cura le ferite inferte da una lama.

All’ora nona, lo sguardo del superiore dell’Abbazia spazia di nuovo sulla radura.

«Non dovevo lasciarlo partire da solo, può essersi ferito, cadendo, distorcendosi una caviglia o essersi rotto una gamba», si rimprovera scuotendo il capo. Oppure era accaduto di peggio – il cruccio gli cresce in petto mentre la parabola del sole declina – potevano essere riapparse le ombre che avevano segnato l’esistenza dell’infirmarius dopo tre lustri di pacifica convivenza. L’abate unisce i palmi, poggia il bordo delle mani sulla pietra della merlatura. «Signore misericordioso tieni lontani i suoi demoni.»

Magari l’intendimento del frate guaritore era di spingersi alle porte della Civitas, spronando l’esercito amico al soccorso convinto che le cure al ferito non salveranno l’abbazia dai propositi dei miscredenti. I timori dell’abate si giustificano con il suo ritardo: aveva promesso il rientro per l’ora sesta. L’abate si avvia sconsolato verso il refettorio. La sua disperazione attira l’attenzione di un milite, gli si para minaccioso bloccandogli il passo col braccio steso.

«Dove diavolo è finito il tuo frate?»

«Egli giungerà», dice l’abate.

«Prega il tuo dio che sia qui a breve.»

L’uomo d’armi lo scaraventa a terra, uno dei novizi accorre per rialzarlo, lo sostiene, il ceffo sputa tra i loro piedi, gli altri soldati ridono, sproloquiano in lingue sconosciute, del Nord.

«Che sia di ritorno prima della Veglia, grassone, altrimenti la vostra fine è quella.»

L’assoldato indica le bestie – polli, galline, conigli e due maiali – squartati e appesi al pergolato del vitigno che ombreggia l’ingresso dell’orto. Sfila il coltellaccio dal fianco, il ferro stride sulla custodia, lo punta alla gola dell’abate, imita il gesto dello sgozzamento. Mentre il frate superiore e il novizio si allontanano, bianchi in volto, il mercenario li tallona, l’abate ne avverte l’alito: un misto di vino speziato e carne macerata. Un calcio scaraventa in avanti il novizio, che resta in piedi a stento. Per sfuggire all’uomo, i due religiosi compiono il giro esterno, passando dinnanzi alla cella del frate portinaio, dentro vi giace il giovane infermo che la sera prima, al Vespro, ha infranto la quiete del convento. L’abate sbircia all’interno della stanza, il ragazzo è deposto su un tavolo prelevato dalla mensa, su un letto di pelli di pecora arrossate dal suo sangue. Tira dritto segnandosi con la croce. Entrato nel refettorio, l’abate si rivolge al cellerario, un fratello segaligno, sobrio tanto nelle parole che nel dispensare il cibo.

«Servite la zuppa di cicerchie e lenticchie. E ai vecchi versatene due scodelle.»

«Padre superiore, se la sono presa con la forza», indica la marmaglia all’esterno, ne arriva il vociare fastidioso, «hanno ucciso tutte le bestie, il sagrato è sporcato col sangue dello scannamento.»

«Ripuliremo appena lasceranno il convento. Del pane sarà rimasto?»

«Venti pagnotte padre superiore.»

«E allora, date il pane e l’erba del campo. Mettete in tavola due quarti di vino a testa, anziché il solito quarto, ne bevano soprattutto i giovani.»

L’abbondanza occorre per fornirgli il coraggio che le implorazioni non riusciranno a impartirgli. I novizi restano nel refettorio, tremanti, seduti con le spalle curve e le braccia incrociate al petto.

«Al termine del pasto, si riuniscano tutti e uno legga le Conferenze o le Vite dei Padri. L’oratore prenda un po’ di vino aromatico per temprare la voce.»

«Sarà fatto. Ma voi, non vi unite?»

L’abate resta in silenzio, osserva i nodi del suo cordone. Prima di congedarsi, gli dona una carezza.

«Servite il pasto finché c’è la luce del giorno.»

Uscito all’esterno, l’anziano frate osserva la bellicosa città sul colle opposto, di fronte all’abbazia: l’imponenza della Civitas è ravvivata dal sole calante che ingigantisce le torri, spuntano a decine; lì in cima si arroccano i Magnifici Priori e il Vicario eletto per volontà del Papa. In fondo alla Gola, lungo il fiume, un rivolo di fumo si alza dalle travi del tetto di uno dei mulini messi a ferro e fuoco durante la scorribanda del giorno prima, a opera del manipolo in cui il giovane ferito militava. Uno dei suoi primi scontri armati, presuppone l’abate. Rischia che rimanga l’ultimo: trafitto dalla lancia di un bifolco che gli ha aperto il ventre, fine ingloriosa per un figlio d’alto lignaggio militare.

«Se il giovane muore, morirete insieme a lui. Salvatelo e salverete voi stessi.»

Il mercenario a capo degli assoldati aveva parlato al plurale, ma solo uno dei frati aveva la conoscenza per compiere il miracolo della guarigione. Pronunciato il ricatto, l’uomo d’armi, per sfregio, si era messo a urinare sul soglio del sagrato davanti all’abate e ai frati presenti, compreso l’infirmarius.

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