Dom, 27 Novembre 2022
Dom, 27 Novembre 2022

IL RACCONTO – L’ora della promessa (parte terza)

Pubblichiamo la terza puntata del racconto “L’ora della promessa” dello scrittore narnese Eugenio Raspi. La seconda puntata è disponibile cliccando qui. La prossima e ultima puntata uscirà venerdì 11 maggio.

 

Ora Terza

Per ordine dell’abate, dal Vespro del giorno precedente il campanile alto e squadrato non ha più scandito le ore canoniche dalle Lodi alla Compieta. Poiché la navata della chiesa è bivacco di miscredenti, l’abate ha imposto la sua decisione alla comunità:

«Le funzioni siano celebrate nel dormitorio.»

Il compito è di seguire la Regola per quanto possibile, anche se l’emergenza stravolge le consuetudini:

«Le attività nei laboratori sono sospese, così come i lavori nei campi.»

Colpa degli invasori, non certo ospiti ben accolti. Al loro arrivo l’abate non ha letto un passo della Sacra Scrittura in rispettoso senso di umanità. Non ha versato l’acqua per la consueta lavanda alle mani, né purificato i piedi. Il frate portinaio non si è trovato davanti un viandante affaticato che chiede un letto e un pasto. Prima che recitasse l’esortazione consueta: «Deo gratias» o «Benedicite», è stato colpito dal pomello di una spada impugnata al centro della lama, ora giace dolorante con la mandibola fasciata. Il manipolo si è introdotto con la forza, non chiedendo asilo ma pretendendo cure e cibo, compiendo sacrilegio, violenza, ignominia. Sopraffazione. Ai frati non gli è stato d’aiuto l’abbraccio circolare delle pietre a cingerli come un Cristo che confida nell’arma della misericordia in difesa della malvagità degli uomini. Per tale ragione l’abate ha riunito i frati per confortarli:

«Fratelli cari, il signore ci mette alla prova. La più difficile. Preghiamo per il loro perdono.»

Ha chiamato a sé l’infirmarius per sincerarsi delle condizioni del ferito. Il guerriero sottratto all’intemperanza delle armi è l’unico in cui intravedeva un successore, ne avrebbe confermato a breve l’elezione a priore, un avanzamento verso la sua sostituzione. Sempre che l’Abbazia non venga devastata e loro sterminati.

«Il giovane si salverà?», gli aveva chiesto.

«La ferita è profonda, il sangue versato copioso. I semi di lino hanno calmato i dolori, ma occorre altro hypericum per fermare l’infezione, altrimenti non sopravviverà a un’altra notte.»

«Nella dispensa del laboratorio non c’è tale unguento?»

«Se è appena colto, l’effetto medicamentoso aumenta di molto.»

«E quanto tempo ti occorre per trovarlo?»

«Finisco di ripulire la ferita, preparo l’essenza di calendula, poi lascerò al mio novizio la cura di cambiare ogni poco il panno. Se mi avvio subito, rientrerò per la sesta. A una lega c’è un luogo in cui cresce la pianta. Lasciate che vada.»

«Sia fatta la volontà di Dio.»

«Sempre sia fatta, padre superiore. Ora torno dall’infermo, appena pronto partirò.»

L’abate aveva letto negli occhi dell’infirmarius un lampo di tristezza. Ognuno dei religiosi era debilitato da una notte insonne. Più degli altri, il padre superiore era sottoposto a un compito gravoso, come non mai. Correggi, esorta, rimprovera, sono i dettami imposti dalla sua posizione, mostrando con i fatti tutto ciò che è buono e santo. Di fronte al pericolo, vacilla anch’egli. È normale che pure un fratello dimostratosi sempre forte e deciso sia colto dai timori.

Ricorda il suo arrivo in convento, malconcio e ferito. Dopo le cure al corpo era tornato per rammendare la sua anima. L’abate aveva seguito la regola pur sapendo che l’uomo necessitava di conforto e preghiere. Ben conosceva le parole del santo, sull’accoglienza: «Quando si presenta un aspirante alla vita monastica, non bisogna accettarlo con troppa facilità, ma, come dice l’Apostolo, provate gli spiriti per vedere se vengono da Dio.» Gli aveva prospettato la durezza e l’asperità del cammino che conduce al Cristo. Il guerriero aveva dimostrato tempra forte, sopportando con pazienza i rifiuti e le difficoltà opposte al suo ingresso, perseverando nella richiesta. L’abate aveva dato ferma risposta ai dubbi dei confratelli timorosi per il suo passato: «Non bisogna spezzare la canna già incrinata.»

Lo aveva affidato a un monaco anziano – il precedente infirmarius – capace di conquistare la sua fiducia, e grazie agli insegnamenti ne aveva curato lo spirito. Al momento dell’ammissione davanti alla comunità, frate Bartolomeo aveva fatto solenne promessa di conversione e obbedienza al cospetto di Dio. Dopo un anno di serie riflessioni aveva proclamato di essere fedele in tutto e di obbedire a ogni comando, sapendo che ai monaci non è più concesso di disporre liberamente del proprio corpo e della propria volontà.

Lo aveva visto passare ore infinite sui manoscritti, ricopiando i Tacuina sanitatis, accogliendo gli insegnamenti dei codici, copie preziose dai libri trascritti nello scriptorium di Montecassino, dove la sapienza araba era stata tradotta da Costantino 1’Africano, e da lui era passata in punta di penna a Giovanni Onan, tramandandola fino ai loro giorni; per reperire nuovi testi lo aveva autorizzato ai molti viaggi verso l’Abbazia di Farfa sotto il cui controllo ricadeva il loro monastero.

La conoscenza del passato avrebbe salvato il presente dell’Abbazia di San Cassiano dalla minaccia brutale. Questa convinzione rimaneva incrollabile nell’animo dell’abate. Non sapeva che qualcuno era pronto a tradire la promessa di fede per una promessa più grande di quella pronunciata in sua presenza.

 

 

 

 

 

 

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