Lun, 23 Maggio 2022
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Narni e la storia di artisti e impresari fra ‘800 e ‘900

NARNI – Un aspetto particolare della cultura italiana è legato al teatro ed all’opera lirica, e Narni ha avuto una parte importante in tale settore avendo impresari teatrali importanti ed una serie di artisti che hanno avuto un buon successo a livello nazionale e locale. Tra essi va citato Giovanni Paterni (1779-1837) da Narni, impresario importante che fece la fortuna di Donizetti ed ebbe contatti con Rossini e importanti cantanti lirici come la Malibran e il celeberrimo tenore Rubini, chiamato da Parigi a Roma per cantare al teatro Valle. Oltre al Paterni dobbiamo ricordare il pittore e tenore Francesco Diofebi, che nello stesso periodo fa fortuna a Roma, tenendo contatti con Donizetti e Thorvaldsen. Sempre nelle nostre zone, a Terni il Belli, che viene ricordato anche in una casa nei pressi di via Cavour, prenderà moglie ternana. Il Belli parlerà spesso nei suoi sonetti dell’Impresario Paterni, spesso in modo dispregiativo e molto sarcastico. Non dobbiamo dimenticare che il teatro di Narni fu costruito pochi anni dopo la morte del Paterni, intorno al 1850, poi nel 1890 nasce la grande amicizia tra Capuana e la giovane narnese   Adelaide Bernardini che poi avrà una lunga disputa con Pirandello, Ad inizi del 1900 abbiamo un altro impresario teatrale Narnese Aiuto Fortunati che in breve tempo costruisce la sua fortuna, acquisendo anche il grande stabile tra via xx settembre e piazza Garibaldi. Dai racconti di famiglia, si parlava spesso della fortuna accumulata dall’impresario Fortunati che si poteva permette di girare con un calessino trainato da cavalli e che a Roma allestiva opere ed operette, con cantanti liriche e sciantose.

Vi sono poi donne importanti come Nera Marmora, che a Terni vive e da cui parte per la sua carriera nome d’arte di Gina Palmucci (Terni, 3 giugno 1891 – Roma, 15 aprile 1924), è stata un soprano italiano molto importante che conobbe Beniamino Gigli e cantò nell’aprile 1917 insieme alla compagnia artistica Impresa Da Rosa-Mocchi si imbarco sul piroscafo spagnolo Leone XIII, per recarsi in Sud America per fare una tournee. Attraversarono l’oceano Atlantico per 36 giorni temendo l’attacco dei sommergibili tedeschi. Le prime date ci furono in Argentina assieme ad Enrico Caruso. Altro personaggio non trascurabile e poi la nostra concittadina di Borgheria Fosca Umbra, tanto importante che lo stesso Mussolini si fermò nella sua locanda. Tra i Tenori importanti non va poi trascurato Alvinio Misciano che in questi ultimi periodi è stato ampiamente ricordato a Narni, su di lui ho anche ricordi personali, in quanto lo ricordo nella barbieria di piazza Garibaldi, dove mio nonno suonava una chitarra a dodici corde e mio padre mi raccontava che molti cantanti lirici, amavano divertirsi improvvisando le arie più famose di quel periodo, in particolare Alvinio  varie volte di passaggio a Narni, amava cantare nella nostra barbieria di famiglia. Tornando a Giovanni Paterni, questo nostro concittadino, approfitta della fine delle guerre napoleoniche, per fare la sua fortuna e dopo la restaurazione, a Roma c’è voglia di fare festa e così “Il 14 dicembre 1819 l’impresario Giovanni Paterni richiede la privativa dei teatri e spettacoli di Roma per sei anni a principiare dalla primavera 1820, offrendo in dono al Governo, per i musei vaticani, duecento vasi etruschi, cinque quadri in muro, una cerva in metallo e una cesta mistica antica”.

Una strana contropartita, ma Paterni che era quindi coinvolto in traffici di reperti antichi, ma che sapeva muoversi bene nei luoghi del potere. Fu così, che prese l’appalto ed iniziò con il teatro romano “Alibert”, conosciuto anche come “Teatro delle Dame”, che era stato costruito dal conte Antonio Alibert e, dopo un periodo iniziale sotto il patronato del Sovrano Ordine di Malta, venne dato in affitto a diversi impresari finché non “cadde nelle mani” di Paterni, ricco mercante di vini e alcolici, che aveva reputazione di spilorcio. Egli cercava di spendere il meno possibile per le sue produzioni. Nel 1820 il giovane Gioacchino Rossini sceglie di accettare l’offerta di Giovanni Torlonia per lavorare a Roma, declinando quella di Giovanni Paterni, al quale scrive: “Non le ho risposto fino ad ora poiché essendo io in trattato col sig.r duca Torlonia pel suo teatro non le avrei dato che una risposta vaga; ora che sono col sig.r Torlonia scritturato le dico non potere per conseguenza accettare la sua gentile offerta pel prossimo carnevale”. Nel dicembre 1820 viene stipulato a Firenze il contratto tra Paterni e il musicista Mayerbeer per l’opera “L’Almanzore”.

Nella primavera del 1821 l’impresario Giovanni Paterni voleva impegnare il musicista tedesco Simone Mayr per scrivere un’opera nuova da rappresentare al teatro Argentina di Roma nella prossima stagione di Carnevale, ma il compositore accampò la scusa degli acciacchi della vecchiaia (aveva 60 anni) per rifiutare, e propose di scritturare al suo posto Donizetti. L’impresario accettò e il 17 giugno fu firmata la scrittura, col compenso di 500 scudi romani. Donizetti chiudeva il 1822 con la sottoscrizione di un nuovo impegno col Paterni, una riedizione della “Zoraide” e un’opera buffa per il teatro Valle. Il Mercadante viene informato del successo conseguito all’Argentina dal Donizetti con “Zoraida di Granata”, rappresentata il 28 gennaio 1822, e che aprì all’autore la strada della trionfale carriera. Mercadante il 28 febbraio, da Venezia, scrive ad un’amica a Roma: “Per ora non v’è nessuna probabilità ch’io venga a comporre in Roma, giacché il sig. Paterni poca voglia ha di pagarmi”.

I rapporti tra il marchese Capranica, proprietario del teatro Valle, e il suo impresario Giovanni Paterni dovevano, negli anni 1822-24, andare al di là di un normale rapporto tra proprietario e affittuario, ad esempio nell’estate 1824 Paterni inviava da Napoli al Capranica un resoconto delle trattative con Barbaja per scritturare il tenore David. Per l’inaugurazione del rinnovato teatro Valle, nel 1822, l’impresario Paterni trasportò sulle nuove scene tutta intera la compagnia lirica di cui si era servito in autunno al teatro Argentina; anche la compagnia comica che recitava le commedie tra un atto e l’altro dei melodrammi fu la stessa, quella Modena e Venier. Nel 1829 Capranica stipula un nuovo contratto d’affitto del suo teatro Valle con l’impresario Paterni. Nel 1830 l’impresario Paterni ottenne la privativa sessennale per l’opera seria con balli, a partire dal carnevale 1831.

Piovoso e ricco di manifestazioni temporalesche fu a Roma il 1826: da aprile a luglio mai una giornata serena. Nè agosto si portò meglio. Anzi una sua pioggerella contribuì al disastro così registrato nell’inedito diario del principe Agostino Chigi: “Lunedì 28, agosto 1826 – …oggi all’anfiteatro Correa, mentre si stendeva il velario per lo spettacolo della giostra, circa le 3 pomeridiane, è precipitata tutta l’armatura del velario medesimo… …si dice che il peso straordinario della tenda, inzuppata dalla pioggia venuta, abbia prodotta o accelerata la disgrazia, quale se fosse accaduta un’ora e ½ dopo avrebbe prodotto una strage immensa, atteso il concorso per la giostra, la quale non si è fatta”.

Domenica 3 settembre: “Il sig. Paterni, impresario dell’anfiteatro Corea, voleva fare questa sera i fochetti, ma dopo la disgrazia accadutavi lunedì scorso colla caduta del velario, il papa non ha voluto che per quest’anno se ne facesse altro. Sono stati mandati degli altri architetti per esaminare le cause di questa caduta, e hanno deciso che i travi erano troppo poco entrati nel muro… …perciò è sentimento generale che vadino castigati gli architetti che non l’esaminarono bene la prima volta”.

Un’inchiesta si concluse rapidamente con una condanna collettiva, il Paterni fu condannato a risarcire la famiglia di un operaio morto nell’incidente con gli incassi dello spettacolo del 17 settembre e 100 scudi l’anno a beneficio dell’ospedale di S.Galla per tutta la durata dell’affitto dell’anfiteatro Correa.

Il velario del teatro Correa era stato da poco costruito, nello stesso 1826, dall’architetto Valadier.

Su una stampa celebrativa, rappresentante il teatro, era scritto: “Rome, 1826 – Dessinè et dèdiè a M. Jean Paterni par Louis Marie Valadier fils”.

Dopo una rappresentazione della “Norma”, nel 1831, il giornale “Lo spigolatore” scriveva: “Bravo Paterni! Finalmente o avete voluto o avete saputo spendere”. nel1830: “Siamo autorizzati che il giorno 18 marzo il Governo di Roma ha accordato la privativa dei teatri di quella capitale al signor Giovanni Paterni come uomo solido ed intelligente”.

Da: “Cenni storici intorno alle lettere invenzioni, arti e commercio e spettacoli teatrali per l’anno 1830 al 1831”. Con una scrittura privata, rogata da un notaio, del 14 giugno 1832: “…il sig. m.ro Gaetano Donizetti si obbliga a favore del sig. Giovanni Paterni, impresario del Teatro Valle di Roma, di scrivere, e comporre e vestire un libretto in musica per opera semi-seria, quale sarà composto dal sig. Giacomo Ferretti portante per titolo “Il furioso all’isola di S.Domingo” e ciò per la futura stagione di carnevale 1832 in 1833…”. 1832: “Il signor Giovanni Paterni sempre intento a servire il colto pubblico romano ha fissato la cantante, signora Teresa Menghini, come altra prima donna assoluta al teatro Valle per il secondo spartito “Ricciardo” e “Zoraide” di Rossini, che andrà in scena nella corrente primavera e vi canteranno l’Angiolini per primo contralto e Dossi basso eseguendo la parte scritta per Nozzari”.

1833: “L’impresa del teatro Valle di Roma, condotta già da molti anni dal signor Giovanni Paterni fa dei sforzi che sono indicibili per attirare in Roma i più distinti virtuosi di canto. L’enorme somma accordata, per sei sole recite a madama Malibran danno un’idea ben grande del coraggio del detto signor Paterni. Ora sappiamo ch’egli ha scritturato il celeberrimo tenore Rubini per la prossima primavera e che ha dovuto darle una vistosa somma per indurlo a trasferirsi da Parigi a Roma in breve tempo, ed all’epoca precisa che cominciano le recite al detto teatro Valle. Auguriamo al signor Paterni quella fortuna che merita ogni uomo che intraprende con tanto coraggio simili impegni e ci lusinghiamo che il pubblico romano gliene sarà grato e memore”.

Da: “Cenni storici intorno alle lettere invenzioni, arti e commercio e spettacoli teatrali per l’anno 1832 al 1833”.

La Malibran accettò di cantare “L’Otello” per il Paterni con il compenso, esorbitante, di 1000 franchi per ciascuna delle sei sere, motivato dalla grande fama della diva, che non lasciò minimamente deluse le attese degli ammiratori.

Giovanni Paterni impresario del teatro Valle in Roma, nel carnevale del corrente anno 1833 fece scrivere un melo-dramma eroico-comico intitolato “Il furioso” le cui parole furono opera del sig. Giacomo Ferretti e la musica del tanto celebre Gaetano Donizetti. L’originale spartito di questo fortunatissimo melo-dramma è rimasto sempre gelosamente guardato dal legittimo ed unico proprietario Giovanni Paterni”.

Da: “Diario di Roma, 1833”.

Il 14 febbraio 1835 andò in scena la “Pazza per amore”, di Jacopo Ferretti e musica di Pietro Antonio coppola, con un successo che superò le più rosee aspettative. Nei teatri minori la possibilità di disporre di maestranze corali veniva spesso negata: convinto Ferretti della necessità di impiegare un coro femminile per la nuova opera, il Coppola otterrà successivamente da Giovanni Paterni, allora impresario del teatro Valle di Roma, la scrittura di sei coriste già impegnate all’Argentina, da impiegare espressamente nella “Pazza per amore”. La sorte di Paterni volgeva alla sua fine e nel 1837 il nostro concittadino morì. Resta comunque questa piccola storia, che si inserisce in un passato importante tra teatri e musica che resero grande la nostra città. Una tradizione consolidata nel tempo, con due teatri importanti a Narni, il teatro di Palazzo e il teatro della città, che portarono linfa culturale, grazie anche ai contatti con Roma. Ringrazio Rodolfo Ciuffoletti, per i suoi preziosi contributi a questo articolo.

Per approfondimenti consiglio il sito:  www.narnia.it/teatro.html

Giuseppe Fortunati

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