La pandemia e il mistero del caffè sparito

Dice che la pandemia ci ha imposto, per dovere, volere o necessità, stili di vita diversi e nuovi, ci ha dettato regole diverse per lo stare insieme in luoghi pubblici e sta provando anche a farlo per la ristretta cerchia famigliare. L’uomo è un animale sociale, o almeno crede di esserlo, e qui in effetti la cosa si fa un po’ controversa. C’è chi non vuol stare solo ma poi in compagnia si trova male, chi cerca compagnia perché a caccia di emozioni o anime gemelle (gemelle di che poi, non si riuscirà mai a capire) o chi si butta nel mondano per aspirazioni di carriera o chissà per quali altri motivi ancora. Una via di mezzo però è sempre difficile trovarla, capire quale sia la misura giusta non è semplice e lo diventa ancora meno se invece di dar retta al proprio carattere ci si rifugia nelle più facili e sicure convenzioni sociali.

A proposito di vie di mezzo, la pandemia ci ha detto molte cose e spesso il loro esatto contrario. Non si può andare allo stadio a vedere la partita o al cinema o al teatro oppure al ristorante, salvo che all’aperto o al massimo a cena entro le 22. Però fuori dallo stadio ci si può assembrare come meglio si crede oppure ci si può affollare nei centri commerciali o nei supermercati o infine ci si può ammucchiare al lavoro senza troppi riguardi per il virus. Tra le cose che non si possono fare, c’è quella di prendere il caffè al bar, cioè, si può prendere ma solo da asporto. Dal 26 di aprile chi pensava che questa piccola violenza fosse finalmente giunta alla fine si sbagliava. Ci sono cascato anche io. Il 26 mattina mi sono recato baldanzoso nel solito locale convinto che finalmente dopo mesi di anonima tazzina in carta, finalmente fosse giunta di nuovo l’ora del mio vizietto. Un buon caffè al vetro.

Manco per idea. Ordino il caffè e la signora subito mi fa: “Però da asporto”. Come da asporto? faccio io e lei, fra il dispiaciuto e l’amareggiato mi specifica. “Eh sì, vedi, noi non abbiamo possibilità di mettere il tavolino all’aperto, perché sul marciapiede non c’è spazio, quindi non possiamo servire al tavolo e pertanto, per noi e per tutti quelli nelle nostre stesse condizioni da oggi non cambia proprio un bel niente”. Bella fregatura, penso io e poi ragiono con lei. Certo però che è assurdo, io vado al supermercato e posso portarmi da casa la mia sportina dove mettere gli acquisti, ma se facessi lo stesso al bar? Cioè, se io mi portassi da casa la tazzina di vetro, o di ceramica, dipende dai gusti, perché la barista non potrebbe servirmelo lì, il mio caffè?

Mentre me la faccio, questa domanda, so già che non ci sarà mai una risposta e quindi che fare? Beh, siccome il caffè dove lo prendo io è molto buono ( o almeno a me piace) e le proprietarie simpatiche, abbozzo e accetto l’ennesima tazzina di cartone, pago e me ne vado. Là fuori, sul marciapiede, comincio a bermi il mio caffè al cartoccio, specialità pandemica, e mentre cammino ci ripenso. Eppure, questa cosa di portarmi la tazzina da casa la dovrò chiarire prima o poi. Non so perché ma sento che sarebbe inutile mettersi fretta. Ho l’impressione infatti che di tempo per ragionarci sopra ne avremo ancora tanto. Speriamo non diventi troppo.

cinquemassimiliano@gmailcom

Pin It on Pinterest