Narni, le frontiere del turismo e il rischio della città bomboniera

NARNI – E’ un periodo di grandi ragionamenti sul turismo, l’ultimo fatto, in ordine di tempo, è stato sabato scorso a Palazzo dei Priori. Lì, al Digipass, il sindaco De Rebotti e l’assessore al turismo, Lucarelli, hanno illustrato i bandi per la gestione di alcuni fra i siti più prestigiosi, come la Rocca Albornoz, le Gole del Nera e Palazzo dei Priori.

C’è un indubbio fermento e ci sono privati che nelle strutture ricettive stanno investendo, anche se su realtà di piccole dimensioni. Basti pensare che in tutto il territorio ci sono censiti solo mille posti letto. “E’ un problema – ha riconosciuto De Rebotti – e il numero va aumentato”. Così come va aumentato il volume degli arrivi e delle presenze soprattutto, perché un’“industria” turistica può definirsi tale se ha i numeri per reggersi, se può produrre redditi e profitti.

Ovvio, non stiamo parlando di Firenze, Roma o altre grandi realtà che hanno fatto la storia dell’umanità ma di una cittadina che non ha un “tempio” del turismo mondiale, bensì una serie di temi. I monumenti storici, la cultura, il paesaggio (con buona pace della ciminiera ex Elettro), la Corsa all’Anello, i festival musicali e culturali, in un prossimo futuro Leolandia ed altro ancora.

E’ stato interessante vedere la partecipazione degli operatori turistici. Privati, giovani, intraprendenti, decisi, moderni, non tanti e non tutti, ma ben organizzati. La sensazione dopo la fine della giornata al Digipass di Palazzo dei Priori è stata multiforme. Da una parte la speranza a sentire le idee dell’amministrazione e la volontà degli imprenditori, dall’altra un certo scoramento nell’ascoltare taluni paladini della verità in saccoccia e del disfattismo di maniera condito da nostalgici scenari retrò ormai superati dal tempo e dai fatti. Ma tant’è, non si può avere tutto e meglio è andare avanti.

Meglio, soprattutto, è, almeno credo, farsi una domanda di fondo. Quale turismo deve proporre Narni? Si, perché dai tanti discorsi e dalle tante presenze al Digipass, il dubbio legittimo sorge inevitabile. Tante teste, tutte diverse, tanti turismi, tutti diversi. Io parto da un principio a me caro, che non è la verità ma quello che vorrei. Ogni volta che mi avvicino ad una città, ad una realtà diversa, quello che amo fare è curiosare, vedere, capire, ascoltare, sentire. Scavare dentro la vita di tutti i giorni, persino affacciarmi alle finestre delle case per vedere, la dentro, come vive la gente.

Mi cominciò a maturare questa voglia quando a Lisbona, dentro uno degli elevador, io turista fra i turisti, vidi la gente del quartiere salire con il boccione del vino appena preso dalla cantina di casa, come se il turista non ci fosse affatto, quasi a recitare, involontariamente, la perfetta parte del mondo reale. O quando a Siracusa il padrone del bed & breakfast dove alloggiavo mi invitò a pranzo a casa sua con sei fratelli, due nonni, madre e padre, tutti pescatori, una tavolata stile neorealismo che non aveva nulla di bombonierasticamente turistico ma era invece la vita quotidiana.

Le padelle appena pescate, poi, dal figlio della padrona di casa a Ponza mangiate direttamente dal secchio appena uscito dal mare (e gratis, per dire che non era un’attrattiva turistica) e, la sera, il ragazzino che gridava al capo della banda musicale in dialetto: “Dicci che scendano”, per dare il via alla festa religiosa che non era una carnevalata per turisti. Così come non lo erano le confraternite che sfilavano per Siviglia durante la Semana Santa e le famiglie con i bambini piccoli in giro per la città fino alle due di notte. E non lo erano le donne vestite di nero sul carro tirato da muli in mezzo alla strada sui monti del Douro in Portogallo. Pochi anni fa, non nell’800.

Ogni qualvolta mi imbatto in questi spaccati di vita mi riesce più facile capire e apprezzare il monumento, il palazzo, l’opera d’arte, persino le facciate delle case, la struttura della città. E’ la gente che mi aiuta a capirli. Ogni città, minimamente bella, ha un monumento da offrire al turista, più o meno di qualità, più o meno pregevole sotto l’aspetto architettonico e artistico ma ogni città, anche la più spoglia, ha da offrire un giacimento di vita che fa della visita del turista un’esperienza unica.

Perché la storia la fanno gli uomini e le donne e fanno anche i monumenti e le opere d’arte. Narni ha una storia secolare, fatta di uomini che hanno attraversato le epoche lasciando un segno. Siano essi il Gattamelata, il Cocceio Nerva, l’Alvinio Misciano o il semplice uomo di tutti i giorni, ed è quest’ultimo con il suo quotidiano, con la sua vita fra la città, con il suo lavoro, persino con le sue strade, le sue macchine e le sue “brutture” che racconta al turista dove si trova.

E’ l’uomo che trasuda storia, cultura e attualità, non il monumento. Per questo il dubbio-timore che ho è: Non trasformiamo la nostra città in una bomboniera, il monumento non è un souvenir, il paesaggio non è un plastico del trenino, la cultura e l’arte non sono favolette immaginifiche. Narni e i narnesi sono il frutto di sedimentazioni secolari che hanno creato la dignità dei narnesi. E quella dignità si esprime nelle opere architettoniche, nell’arte, nella cultura, nella Corsa all’Anello, come pochi esempi oggi in Umbria ci sono prendendo realtà delle stesse dimensioni.

Venga il turista e venga in massa ma venga a vedere la città con la sua vita quotidiana, fatta magari di facciate più belle, di meno auto, di pavimentazioni rifatte, di locali e ristoranti, di cittadini e di universitari ma anche di più abitanti, di piazze di gente, di brulicare di fermenti per la Corsa all’Anello, di musiche classiche da fuori le finestre delle case, di gente che lavora, consuma, si parla, passeggia, va a scuola, fa la spesa, va in chiesa, al circolo, persino all’ospedale o che discute per le strade, ma vive.

Noi che siamo presi dal tram tram quotidiano non ci fermiamo mai il tempo sufficiente a pensare a cosa era tra la fine del 900 e l’inizio del 2000 la città, ma se ci mettiamo a raffrontarla con ciò che è oggi, ci rendiamo conto che, possiamo dirlo senza tema di smentita, stiamo vivendo un rinascimento che è un po’ anche in controtendenza con molte città. Roma, Firenze, Venezia, per fare un esempio irriverente (ma parliamo di turismo, prendiamo il meglio) vivono oggi il dramma di aver svenduto i loro centri storici al turismo più agguerrito, ai tour operator più spregiudicati che hanno devastato la storia dei Dogi veneziani, dei mercanti fiorentini e della maestosità dei romani.

Narni è incomparabile, fortuna sua, con questi giganti, ma il rischio di un appassionato, e miope, slancio verso quel turismo purtroppo c’è e bisogna tenerne conto. Nel nostro piccolo Narni è ancora una città e deve sfruttare ancora a pieno le potenzialità e la forza del turismo. Lo faccia, lo faccia presto, ma lo faccia continuando a vivere.

Massimiliano Cinque       

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