Narni, le puzze reali e le proteste virtuali

Ecco, magari sui social e in particolare facebook spesso, forse troppo spesso, la gente se ne passa, scambia la tastiera per una mazza da 5 chili e bastona a tutto spiano usando frasi e parole che non avrebbe mai il coraggio di dire davanti ad altre persone.

Il senso del pudore e una certa timidezza, o paura della reazione altrui, impediscono di scagliarsi contro gli altri a meno che non si sia davanti al pc o ad un telefonino, luogo anonimo e più sicuro. Ma se non è tutto oro quel che luccica non è nemmeno tutto sterco ciò che puzza.

A proposito di puzze, sui profili social di molti narnesi, specie quelli dello scalo, ultimamente ci si è scatenati contro i cattivi odori che si avvertono da qualche tempo a questa parte. Stessa cosa sui gruppi che fanno riferimento a Narni. Nell’epoca della fine delle piazze fisiche non è sempre da sottovalutare l’importanza di quelle virtuali, tanto è vero che queste sono diventate molto care ai politici. E non a caso.

E allora direte voi? E allora se i cittadini si incazzano per le puzze, bisognerà pur starli a sentire. Già, ma non è facile, o meglio starli a sentire è semplice ma risolvere il problema no, nemmeno per sogno. La verità forse non risiede nella connivenza fra produzione e politica come si è soliti pensare.

Nessun politico, minimamente dotato di senno, si sognerebbe, almeno da queste parti, di fare patti con chi inquina sapendo, perché ormai si sa, di mettere a rischio la salute della gente, che è la stessa sua e dei suoi cari. Il problema è un po’ più complesso, ed uso un eufemismo. Il problema sta nell’impotenza e a volte nell’impreparazione, della classe politica che in realtà non sa bene cosa poter fare e si trova, per giunta, in una condizione in cui muoversi è complicatissimo.

Come fa un Comune ad ordinare ad un colosso industriale di smettere la produzione perché inquina? Quali strumenti reali e poteri concreti ha per farlo, tanto più che ogni qualvolta commissiona indagini, i risultati sono sempre nella norma? Su quali basi allora potrebbe chiedere lo stop all’attività? Sulla presunzione di colpevolezza?

Qui siamo ormai al cane che si morde la coda, applicare le leggi in Italia e poi farle rispettare è uno sforzo sovrumano, quasi impossibile, però ha ragione quella signora che scrive su Facebook come mai va sempre tutto bene e questa terra è famosa per i tumori? Saremo mica una terra di sfigati e maledetti?

Ma a noi cittadini, e dico noi, perché un giornalista, così come un amministratore comunale, un sindaco, un assessore, è un cittadino come un altro e non gli basta la sua professione per sfuggire al rischio salute, cosa resta da fare? Una sola cosa, un movimento d’opinione vero, una coscienza collettiva che dica basta e che chieda il rispetto delle leggi, al di là del politically correct e che sia da stimolo anche alle attività produttive che danno lavoro e portano economia e redditi in un’epoca in cui la crisi li mette invece a rischio in molte circostanze e in tante parti d’Italia e del mondo.

Solo questo si può fare e non è poco, né in termini di attività, né tantomeno in quelli di fatica e coraggio. Ci vuole infatti volontà, determinazione e insistenza, cose insomma che mal si conciliano con la vita comoda di oggi e con la routine e la comodità quotidiane. Più semplice urlare il basta virtuale tramite i muti tasti del telefonino, lanciare strali, invettive e chissà cos’altro ancora contro tutto e tutti, non capendo invece che dal social si può anche iniziare ma che da lì poi bisogna uscire.

I post fini a se stessi possono strappare like e commenti ma non produrranno mai niente se rimangono confinati dentro al mondo virtuale creato da Zuckenberg.

Massimiano Cinque

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